Lager Italy

Le violenze impunite del lager Bolzaneto
Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna"
Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni

di GIUSEPPE D'AVANZO

C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza.

A. D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni.

P. B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

(La Repubblica, 17 marzo 2008)

Il 70% dei poveri al mondo è donna

Action Aid ha presentato il suo primo rapporto sui diritti delle donne

Foto: Brent Stirton, South Africa, Getty Images/RPM for UNOHA - Former “bushwife”, Sierra Leone (World Press Photo Contest 2003 - Portraits - 1st prize singles)

“La discriminazione nei confronti delle donne è una delle principali cause della povertà estrema: fino a quando i diritti delle donne non saranno riconosciuti dalle istituzioni come centrali per il perseguimento di programmi di sviluppo sostenibili ed efficaci e le discriminazioni di genere non verranno assunte come elementi di comprensione irrinunciabile delle realtà locali in cui si opera, non ci saranno passi avanti significativi nella lotta alla povertà”. Questo il messaggio principale che ActionAid lancia in occasione della presentazione del suo primo rapporto sul tema dei diritti delle donne “La dimensione di genere nella cooperazione allo sviluppo”, svolto in collaborazione con il CIRPS-Sped (Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo sostenibile), Università “Sapienza” di Roma.

Dati e statistiche – spiega ActionAid - parlano chiaro: sono le donne a subire le conseguenze più severe di povertà, analfabetismo, guerre e ad essere le vittime dei più odiosi abusi dei diritti umani. Spesso per il solo fatto di essere donne.

Le donne costituiscono il 70% della popolazione mondiale che vive con meno di un dollaro al giorno.
Due terzi degli analfabeti al mondo sono donne.
L'80% dei 35 milioni di profughi al mondo sono donne.
130 milioni di donne hanno subito mutilazioni genitali.
In 192 paesi del mondo i capi di Stato donna sono soltanto 13 e a gennaio 2007 le donne rappresentavano solo il 17% del totale dei deputati a livello globale.

“Contrastare disuguaglianza, violenza e pregiudizio – spiega ActionAid - significa rilevare queste differenze, dare loro una dimensione quantitativa e qualitativa e infine intervenire perché le discriminazioni non si riproducano, creando le condizioni per il cambiamento”. Senza un intervento deciso della politica in questa direzione, anche i risultati della cooperazione internazionale rischiano di essere illusori.

La cooperazione internazionale – conclude ActionAid nel rapporto sui diritti delle donne – si deve impegnare per la piena partecipazione delle donne nei processi decisionali a livello locale nazionale ed internazionale e per la trasformazione delle strutture sociali, economiche e politiche che oggi sono responsabili delle discriminazioni di genere. L'empowerment delle donne deve essere la chiave di volta degli interventi di una cooperazione che non si accontenti di misure a tutela delle donne o al loro mero coinvolgimento tra i beneficiari.

(Fonte: Vita.it, 08/03/2008)

Me llaman calle

(by Manu Chao)

Me llaman calle, pisando baldosas,
la revoltosa y tan perdida.
Me llaman calle,
calle de noche, calle de día.
Me llaman calle,
hoy tan cansada, hoy tan vacía,
como maquinita por la gran ciudad.

Me llaman calle, me subo a tu coche,
me llaman calle de malegría.
calle dolida, calle cansada de tanto amar.

Voy calle abajo, voy calle arriba,
no me rebajo ni por la vida.
Me llaman calle y ese es mi orgullo,
yo sé que un día llegará,
yo sé que un día vendrá mi suerte,
un día me vendrá a buscar
a la salida un hombre bueno
pa to la vida y sin pagar
mi corazón no es de alquilar.

Me llaman calle, me llaman calle
calle sufrida, calle tristeza de tanto amar.
Me llaman calle, calle más calle.

Me llaman calle siempre atrevida
me llaman calle de esquina a esquina.
Me llaman calle, bala perdida
asi me disparó la vida.
Me llaman calle del desengaño
calle fracaso, calle perdida.

Me llaman calle, vas sin futuro
Me llaman calle, va sin salida
Me llaman calle, calle más calle
la que mujeres de la vida
suben pa bajo, bajan pa arriba
como maquinita por la gran ciudad.

Me llaman calle, me llaman calle
calle sufrida, calle tristeza de tanto amar
Me llaman calle, calle más calle.

Me llaman siempre y a cualquier hora,
me llaman guapa siempre a deshora,
me llaman puta también princesa
me llaman calle sin nobleza.
Me llaman calle, calle sufrida,
calle perdida de tanto amar.

Me llaman calle, me llaman calle
calle sufrida, calle tristeza de tanto amar.

A la Puri, a la Carmen, Carolina, Bibiana, Pereira, Marta, Marga,
Heidi, Marcela, Jenny, Tatiana, Rudy, Mónica, María, María...

Cucimondo

Corso di cucina internazionale.

Dieci serate per imparare con
COOPI piatti tipici e tradizioni del Sud del mondo



La solidarietà ai fornelli, per raccontare altre culture. Cucimondo è l’iniziativa di COOPI che unisce persone, cibi e differenti aree geografiche in un corso di cucina internazionale.

A partire dal 28 febbraio 2008, ogni giovedì sera un rappresentante di un paese diverso spiegherà come preparare i piatti tipici della sua regione, cucinando insieme ai partecipanti del corso e raccontando aneddoti e storie legate alla pietanza e alle proprie tradizioni.

A insegnare passo per passo la preparazione dei cibi non saranno cuochi professionisti, ma uomini e donne amanti della cucina delle loro origini, felici di raccontare esperienze e condividere abitudini. Alla fine di ogni lezione si assaggeranno i piatti preparati e si riceveranno delle dispense con le ricette, l’elenco degli strumenti utili e una breve scheda sul paese.

Tra febbraio e maggio, Cucimondo porterà in tavola Pakistan, Tunisia, Romania, Senegal, Messico, Uzbekistan, Iran, Perù, Brasile, Marocco. Un’ultima lezione, fuori corso, sarà invece dedicata al Giappone.

Cucina internazionale ma anche solidale, per avvicinarsi ad altre realtà e contribuire allo sviluppo del Sud del mondo. L’incasso del corso servirà a finanziare il progetto di COOPI in Sierra Leone, per il recupero dei bambini soldato e di giovani donne, vittime di violenza e schiavitù durante la guerra (http://www.coopi.org/sierraleone/index.html).

Cucimondo - Corso di cucina internazionale Dal 28 febbraio al 22 maggio 2008,
ogni giovedì dalle 20.00 alle 22.00

presso l’Ambasciata Britannica
Via XX Settembre 80 A (Porta Pia), Roma

Costo del corso:
150€ per 10 lezioni, oppure 20€ per ogni singola lezione. Serata Giappone: 20 €

Per informazioni e iscrizioni (ogni lezione va prenotata entro il giorno prima):
Elena
- edallamassara@yahoo.com


COOPI-Cooperazione Internazionale è un’associazione indipendente che lotta contro la povertà e le ingiustizie sociali per costruire un mondo di pace e giustizia. In quarant’anni ha realizzato oltre 700 interventi in circa 50 paesi in Africa, America Latina, Asia Centrale, Medio Oriente e Balcani per promuovere l’accesso all’acqua e il diritto alla salute e all’istruzione delle comunità più povere. In Italia COOPI realizza iniziative per favorire la conoscenza e lo scambio tra le diverse culture. Da settembre 2007 ha aperto una sede regionale a Roma, COOPI Lazio.

Predatori globali: Coca-Cola in Colombia

(da Redattore Sociale)

DIRITTI – Riparte da Roma la campagna di boicottaggio della Coca-Cola della rete Reboc

Roma – “E’ ora che in Italia si torni a parlare di Coca-Cola e mancato rispetto dei diritti umani e sindacali. Per questo la rete di boicottaggio della Coca-Cola Reboc promuove, insieme all’Osservatorio su imprese e diritti umani Oppidum, un incontro pubblico a Roma per domani (martedì 26 febbraio 2008).

L’incontro si terrà alle 17,30 presso la Città dell’Altraeconomia all’ex mattatoio di Testaccio e vedrà la partecipazione di Vittorio Agnoletto, europarlamentare e di Silvestro Montanaro, giornalista e autore della trasmissione di Rai Tre “C’era una volta”. Nel corso dell’incontro verrà riproposta l’inchiesta di “C’era una volta” su Coca-Cola e Nestlé in Colombia, dal titolo “Predatori globali”.

La campagna internazionale di boicottaggio della Coca-Cola, promossa in Italia dalla Reboc, aveva ottenuto nel 2005 un’inchiesta indipendente in Colombia, con la Coca-Cola che si era impegnata direttamente con l’allora sindaco di Roma Veltroni, e nel 2006 l’apertura di una trattativa diretta a New York tra la multinazionale e il sindacato colombiano Sinaltrainal.
“Ma come noto, l’inchiesta indipendente non ha mai avuto luogo perché né Veltroni né l’azienda hanno mantenuto le promesse fatte – si legge in una nota della Reboc - e la trattativa di New York, durata dal settembre 2006 al settembre 2007, non ha portato a nessun accordo, con il Sinaltrainal che alla fine ha abbandonato il tavolo e rilanciato il boicottaggio in tutto il mondo”. Intanto la campagna di boicottaggio riprende forza anche in Italia, dove le adesioni al boicottaggio hanno già superato le 25.000.

Per maggiori info: http://www.tmcrew.org/killamulti/cocacola/

Scimpanzè HIV+

(by Francesco)


Ho saputo recentemente dal bel libro dell'etologo Enrico Alleva "La mente animale" come viene fatta la sperimentazione sull'Aids, e a spese di chi.
In realtà dubbi sul fatto che la storia dell'Aids sia davvero come ce la raccontano gli scienziati al soldo delle case farmaceutiche ne avevo già da un bel pò. E sapevo che la sperimentazione veniva fatta sulle scimmie. Non conoscevo però certi particolari.
L'autore del libro spiega con chiarezza straordinaria come la ricerca sia, di fatto, una vera industria "assetata del sangue caldo e infetto di giovani scimpanzè": questi vengono catturati in natura da cuccioli, in Africa, e importati in occidente per essere poi infettati dal virus e tenuti in gabbia a vita, come "incubatrici" viventi del virus stesso.

La tecnica per catturarli consiste nello sparare alla madre, che di solito si rifugia sugli alberi col piccolo in braccio. Quando la madre cade agonizzante i cacciatori si avventano sul cucciolo. E' lui l'obiettivo: se sopravvive alla caduta, alla scena dell'uccisione della madre e al viaggio, diventerà una "cavia" perennemente rinchiusa in gabbia, da infettare col virus umano dell'HIV e da cui prelevare periodicamente campioni di sangue infetto per la "ricerca".

Questo mercato farmaceutico-vivisezionistico - uso la parola "mercato" con riferimento al fatto che tutta la faccenda si regge sul profitto, dall'assoldamento di poveri contadini locali per la cattura, all'organizzazione del viaggio, allo "smercio" dei cuccioli in occidente, al commercio di gabbie, mangimi e medicine, per finire col gigantesco business del vaccino stesso e dei fiumi di denaro che affluiscono alla ricerca - questo mercato, dicevo, sta portando rapidamente gli scimpanzè verso l'estinzione.

Ora, noi e gli scimpanzè siamo così vicini - abbiamo il 99% del genoma identico!! - che qualsiasi designazione della famiglia delle "grandi scimmie" (scimpanzè, oranghi e gorilla) che comprenda gli scimpanzè ma escluda l'uomo è priva di senso. Tanto che alcuni zoologi vorrebbero ritoccare la nomenclatura scientifica degli scimpanzè, portandola da "Pan troglodytes" a "Homo troglodytes". Noi stessi siamo delle "grandi scimmie", se eliminiamo dalla nostra mente le croste dell'antropocentrismo e i miti antiscientifici della superiorità evolutiva del nostro cervello. In realtà siamo talmente vicini agli scimpanzè che essi sono più prossimi a noi che agli oranghi o ai gorilla!

Ma a parte la ragione della parentela evolutiva, la sperimentazione è nefasta di per sé sul piano morale. Una scimmia (l'uomo) che tratti in questo modo altre scimmie - quand'anche qualcosa sul piano medico si possa ricavare da questi metodi rivoltanti - è indegna di abitare il pianeta. Se anche qualche piccolo vantaggio possa ricavarsi dalla sperimentazione sugli scimpanzè - e questo è obiettivamente del tutto incerto - quel beneficio non sarà mai valso la vita di un solo scimpanzè. Mai. Credo che la scienza dovrebbe rinunciare una volta per tutte alla mentalità del sacrificio rituale che sta alla base della vivisezione, ereditata dalla religioni arcaiche, da cui tanto vorrebbe distinguersi. Ho la sensazione netta che niente di buono potrà mai venire da metodi che infliggono deliberatamente sofferenza su altri esseri.

Vi invito quindi, pur rendendomi conto di usare parole forti, a boicottare i test sull'HIV, che sono esattamente il risultato medico-commerciale di quelle violenze, e rappresentano un pò l'"eucaristia" del sacrificio degli scimpanzè nei laboratori farmaceutici. Una classe di parassiti sociali vuole arricchirsi con la ricerca, mandando in estinzione un'intera specie di animali quasi-umani.

Per battere l'Aids, sempre che questo sia davvero causato dall'HIV - e anche quest'ultimo punto in realtà è scientificamente controverso, vedi l'opinione del premio Nobel per la chimica Mullis e di altri importanti scienziati - bastano le poche semplici norme igieniche di prevenzione delle altre malattie veneree - sulla cui realtà invece non c'è dubbio, poiché esistevano ben da prima che si formasse la lobby farmaceutico-vivisezionista. Norme che oltretutto la gran parte delle culture umane antiche aveva già codificate in sé, cristallizzate in forma di precetti morali, tabù o regole rituali (come la circoncisione per gli ebrei, l'universale proibizione dell'adulterio, ecc.).

E per curarlo, invece... beh, se in 20 anni non s'è trovato un vaccino forse vuol dire che ce lo dobbiamo tenere. Le malattie sono sempre esistite in natura, e virus e batteri sono una parte importantissima e probabilmente, nel lungo termine, indispensabile della biosfera. Nella rete delicata e complessa della vita, le relazioni tra i sistemi viventi potrebbero reggersi anche e soprattutto sull'esistenza di batteri e virus, e non è per niente saggio né prudente dichiarare guerra indiscrimanata a esseri unicellulari che abitano il pianeta da molto prima di noi, e hanno posto in essere le condizioni per l'evoluzione delle forme di vita pluricellulari.

Quindi, mandate a cagare i sacerdoti in camice bianco con la mani sporche del sangue degli innocenti e la loro chiesa sacrificale miliardaria. Mandateli a guadagnarsi da vivere in modi che non comportino la violenza sugli altri animali.

"Vivisezione: nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni". Albert Einstein.

Orgogliosi dei nostri "eroi" nazionali

Riprendo e pubblico dal blog del mio very friend Nitronerd...

Valerio Ercole and Antonello Migneco restoring hope in Somalia
Saturday, 10th April 1993. Camp Johar, Somalia.
(da http://nitronerd.blogspot.com/)

Italian paratrooper Valerio Ercole (Airborne Brigade "Folgore") gives prisoner Ali Abukar Aden's genitalia electroshock while private Antonello Migneco holds him firlmly on the ground with his foot.

Facts occurred during mission IBIS, part of UN Operation "Restore Hope" (I & II). Ali Abukar Aden had been accused of theft and become impotent as result of torture.

Both Ercole and Migneco were found not guilty of any crime.

Pictures taken by former paratrooper Stefano Valsecchi were first published by the Italian news magazine "Panorama" on 13th June 1997, in the article "Somalia. Le nuove foto della vergogna" by M. Gregoretti.

Pictures also showed the rape of a Somali woman by Italian soldiers. The girl was penetrated with a grenade covered with jam.

No other soldiers went to court. Nobody was ever found guilty. No other pictures/stories made it to the public.


::: i viaggi per mare : antimilitarismo sempre!!! :::

Cosmetica cruelty-free

La maggior parte di noi non sa che la quasi totalità dei cosmetici e detergenti generalmente usati, quelli da supermercato per intenderci, viene prodotta mediante la sistematica tortura di animali "da laboratorio".

Perché questo? Il motivo diretto è una legge del nostro paese che impone di sperimentare su animali gli ingredienti di qualunque nuovo prodotto cosmetico o detergente, prima di metterlo in commercio. Questa disposizione apparentemente benigna è doppiamente ingiusta: primo, perché la sperimentazione su animali non può dare risultati scientificamente certi sulla innocuità del prodotto per l'uomo (dato che l'uomo appartiene a una specie diversa dagli animali su cui si sperimenta). Sicché, in realtà, le vere "cavie" delle sostanze chimiche contenute in ogni shampoo o dentifricio o detersivo siamo noi che li usiamo e i risultati si vedranno nel lungo termine; secondo, perché alimenta la florida industria degli allevatori di animali da "usare" per gli esperimenti, e le industrie collegate (produttori di mangimi, gabbie, ecc.).

Ci si potrebbe chiedere perché sia necessario iniettare sostanze chimiche negli occhi di un coniglio o nello stomaco di un gatto, per vedere se la sostanza che si è andata a pescare (per es. per rendere un nuovo shampoo più invitante per i consumatori, magari raccontando che alliscia i capelli crespi o li "nutre", o altre cazzate simili..) possa per caso risultare irritante, possa accecare il povero animale o provocargli emorragie interne...
Va poi detto che ogni animale torturato con questi esperimenti, anche se esce indenne dal test, viene poi ucciso, perché non più idoneo a nuovi esperimenti in quanto il suo organismo non è più "vergine" alle altre sostanze chimiche, essendo già entrato in contatto con quelle dell'esperimento precedente.

Perché siamo arrivati a questo? E' veramente necessario torturare animali per lavarci? Chiunque non sia completamente rimbecillito dalla pubblicità intuisce bene che per lavarsi i capelli o i denti, fare la doccia, una lavatrice o pulire i pavimenti, basta dell'acqua e pochi ingredienti di origine vegetale.
Ci siamo arrivati perché l'industria cosmetica segue i dettami della massimizzazione del profitto ad ogni costo, esattamente come tutte le altre industrie. E perché la cultura occidentale che ha colonizzato nei secoli scorsi l'intero pianeta si regge su certi assiomi e certe idee nei confronti degli altri animali e della natura, di origine cartesiana, che è difficile cambiare dall'oggi al domani, e che condizionano tuttora il mercato, la mentalità comune e le leggi dello stato. Il tutto viene poi tenuto in vita dall'ignoranza della massa e dall'indifferenza dei pochi che sanno.

Allora cosa fare? Nessuno di noi, credo, sarebbe felice di contribuire coi propri soldi all'industria della tortura di topi, gatti, conigli e cani solo per far posto sugli scaffali di un supermercato a a una nuova crema antirughe o a un nuovo shampoo dotato del potere di allisciare i capelli o di renderli morbidi e setosi. Ammesso che si creda in queste proprietà del prodotto, non penso che si sarebbe felici di sapere che il prezzo di tali propretà è la vivisezione.

La risposta è semplice: facciamo pace con gli altri animali, col nostro corpo e con l'ambiente e iniziamo a boicottare quei prodotti - oltretutto pieni di sostanze chimiche per nulla sicure per la nostra salute, come l'onnipresente sodium laureth sulfate, e altre sostanze, derivate dal petrolio, inquinanti, non biodegradabili, ecc. - e a comprare prodotti alternativi come quelli indicati in questo sito: http://www.consumoconsapevole.org/07cosmetici-d.html

(by Francesco)

Stop SUV

Londra, riparte la guerra ai Suv.
33 euro per entrare al centro

(di Vincenzo Borgomeo, 12/02/08 da Repubblica.it)

Nuova puntata della guerra ai Suv. Una guerra che sembrava ormai finita e che invece è riesplosa in tutta la sua violenza in Inghilterra: Ken Livingstone, il famoso sindaco di Londra noto per le sue posizioni estremistiche (e per questo cacciato dal partito dei Labour), l’uomo della tassa contro il traffico, la congestion charge, ora lancia ufficialmente la crociata contro i Suv, che ormai lui chiama direttamente i “trattori di Chelsea”.

“Ken il rosso”, si sa, è a caccia di consensi perché deve essere rieletto sindaco e assume sempre posizioni forti (non dimentichiamo che lo scorso anno in un’intervista a ‘The Independent’ disse che nessuno della sua famiglia tirava lo sciacquone dopo aver fatto pipì per risparmiare acqua…), ma stavolta va giù davvero pesante: dal prossimo mese i proprietari “delle bombe ecologiche a quattro ruote motrici” come le chiama lui, o anche di Ferrari e Aston Martin dovranno sborsare 25 sterline al giorno (33,5 euro) per entrare nel centro della capitale, anche se residenti.

Un salasso che in un anno significa pagare 6.500 sterline (8.725 euro) per tornare a casa con la propria auto e che inciderà sul 17% del parco automobilistico londinese, i cui proprietari difficilmente avrebbero votato per Livingstone… E’ solo l’ultimo atto della guerra ai Suv e alle auto supersportive, che però non trascura neanche i vecchi furgoni inquinanti che ora se vogliono entrare nel centro devono pagare multe salatissime.

Il punto è che molte delle idee di Ken Livingstone sono state poi applicate in molti altri Paesi europei, e la Congestion Charge di Milano ne è solo l’ultimo esempio. Ora Londra viene vista dal mondo intero come un laboratorio a cielo aperto dove sperimentare nuove idee per la mobilità. E se nel 2003 aveva suscitato scalpore il fatto di imporre il pagamento di 8 sterline a tutti i non residenti che volevano entrare nel cuore della capitale, ora la cosa non fa più nessun effetto. Anzi, si guarda con interesse alle nuove idee del sindaco londinese che punta a tagliare del 60% le emissioni di Co2 a Londra entro il 2025 imponendo il plutocratico balzello a tutte le auto che generano 225 grammi di anidride carbonica per chilometro una categoria in cui rientrano maxi Suv come Bmw X5, Mercedes ML, Range Rover o moltissime supercar.

Se questo è un uomo

da dove viene la carne che mangiamo, i cosmetici che usiamo?
"Meditate che questo è [stato]..."
** Attenzione! Le immagini che seguono possono urtare la vostra sensibilità **


i viaggi per mare consiglia la visione del documentario
EARTHLINGS (Shaun Monson, USA 2003)_


** RIDUCI IL TUO CONSUMO DI ALIMENTI DERIVANTI **
** DALLO SFRUTTAMENTO ANIMALE **


boicotta l'industria della carne